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Tola del Vescovo (Rotzo), la Tavola del Dolmen (Trento) Longalaita (Rotzo)

  • 11 Febbraio 2021
  • Luoghi e leggende
  • Di Paola Martello

Hìa un da - Di qua e di là. Toponomastica - Leggende - Personaggi magici dell'Altopiano

Spesso i nomi delle località prese in considerazione sono cimbri, ma qualche volta li troviamo in forma vernacolare come nel caso de "La tola del Vescovo". Si fa riferimento ad una vasta area comprendente un pianoro posto sotto la strada che porta a malga Trugole. La storia, che andiamo qui a narrare, si svolge vicino a Campolongo, verso il bivio di Crosaron e le Fratte di Campolongo. Un'altra leggenda e un altro luogo hanno un appellativo analogo in zona Camporosà. La vastità del territorio non permette di individuare quale sia la vera "Tola del Vescovo" che per alcuni si trova vicino a Malga Campolongo e per altri nei pressi della Costa del Vento, dove vi è una stratificazione calcarea somigliante a una tavola.
Il toponimo nei documenti e nelle carte geografiche ha avuto delle trasformazioni diventando da Tola del Vasco (1848) a Tola del Vesco (primi '900), per poi assumere definitivamente la denominazione attuale (1971). Tola è un termine veneto che sta per tavola. Facilmente Vesco o Vasco potrebbero derivare dal cimbro beschen o dal tedesco waschen e cioè lavare. L'etimologia del toponimo quindi porterebbe essere "tavola per lavare"poiché, per alcuni, il pianoro ricorda vagamente le vecchie tavole usate per quel lavoro e nella valle sottostante, la vasca per l'acqua.
Si riportano qui di seguito le storie sul luogo.
Un ragazzo di Rotzo andava a pascolare le sue pecore vicino alla Malga di Campolongo. Mentre si preparava a mangiare, sette fanciulle avvenenti gli apparvero attorno ad una tavola imbandita con molte prelibatezze e lo invitarono alla loro mensa. Il pastore si unì volentieri alle donne, ma quando ebbero finito di mangiare, le giovani risero sguaiatamente e svanirono. Turbato, il mandriano andò a raccontare ciò che gli era successo al parroco di Rotzo. Il prete pensò di intervenire e recatosi sul posto trovò pure lui le belle lusingatrici. Con uno stratagemma legò le fanciulle ad una quercia e subito dopo mandò a chiamare il Vescovo di Padova.
Il Vescovo giunto sul posto il giorno dopo, con il parroco accanto, trovò le fanciulle beatamente libere che bevevano e mangiavano attorno alla medesima tavola. Quando videro i due uomini di chiesa, le sette donne tentarono di scappare, ma il Vescovo con un tono imperioso le bloccò.
In ognuna di loro, per il modo di fare, l'alto prelato intravide i segni dei vizi e le etichettò con i nomi di Collera, Iniquità, Infedeltà, Disperazione, Incostanza, Invidia e infine Stoltezza.
A farla in breve, dopo una bella ramanzina per il comportamento poco consono delle ninfe o streghe che fossero, il Vescovo le rinominò.
Alla prima donna il Vescovo diede il nome di Temperanza.
Alla seconda che si era avvicinata spavalda a lui, disse che da quel giorno avrebbe portato il nome di Giustizia.
Alla terza, che aveva nelle mani una piccola statua argentata, la proclamò Devozione.
Alla quarta fanciulla, con una strana collana di corda al collo, disse che avrebbe impersonato Speranza.
Una delle rimanenti donne salì sulla tavola ballando. A lei il Vescovo cambiò il nome in Fortezza.
A quella che stava mugugnando, ancora seduta davanti alla tavola imbandita, l'alto prelato diede il nome di Carità e all'ultima donna che rideva scioccamente girando attorno ai presenti, affibbiò l'appellativo di Prudenza.
Quando il Vescovo ebbe finito di attribuire i nuovi nomi alle misteriose donne, le benedisse e chiese a tutti i presenti di sedersi attorno alla tavola dando inizio al pasto. Da quel giorno la strana stratificazione di pietra diventò la "Tola del Vescovo".
L'uomo di chiesa raccomandò alle ravvedute donne dei boschi di offrire cibo e bevande anche a coloro che si trovavano a passare di lì e che non avevano nulla da mangiare.
È interessante segnalare come certi incontri di donne che banchettano attorno ad una tavola si trovino anche nelle antiche leggende nordiche. Si riportano qui alcune frasi trovate nei testi dell'Edda dove si fa riferimento a non sostare sulla strada verso sera poiché ci sono "spiriti infernali che traviano gli uomini ..." e "non cedere ai discorsi di donne avvenenti, anche se le vedi durante un banchetto, in maniera tale che ti tolgono il sonno, o sarai preso dallo struggimento."
Forse, però, la vera "Tola del Vescovo", chiamata "Tavola del Dolmen" è quella strana agglomerazione di sassi che affiora dal terreno nelle vicinanze di Camporosà e che ha le caratteristiche di un antico dolmen. I dolmen erano delle strutture dette "a trilite" e composte da due o più pietre infisse verticalmente sulle quali poggia un lastrone orizzontale.
Probabilmente la Tavola del Dolmen aveva una funzione religiosa o funeraria.
Si narra che un Vescovo della diocesi di Padova, dovendo recarsi a Trento per il famoso Concilio nel quale poi si presero importanti soluzioni per debellare il paganesimo dalle montagne, si fermò a desinare proprio su uno dei luoghi qui sopra elencati.
Vicino a quello che sembra un antico dolmen si trovano anche delle grosse pietre collocate in posizione verticale che ricordano molto i menhir risalenti al periodo neolitico.
Il territorio dove insistono questi monumenti megalitici è legato all'Altopiano, ma appartiene amministrativamente alla provincia di Trento.
Un altro luogo vicino lungo la traiettoria Campolongo - Vezzena è interessato ad un'altra leggenda ed è precisamente longalaita.
Le querce sono spesso le protagoniste delle vecchie storie dell'Altopiano e forse non sono più così presenti sul territorio perché erano molto ricercate per la buona qualità del loro legno. Questi alberi, assieme ai tigli, hanno sempre avuto una parte importante presso l'antico popolo della montagna e i luoghi dove crescevano portavano il loro nome. Un esempio è una località di Rotzo chiamata un tempo: Alle belle Querce.
La seconda storia narra proprio di una quercia solitaria che si trovava nella zona di Longalaita (o Longaita) nel Comune di Rotzo, una costa di montagna coperta da abeti e larici a nord della malga Mandriele. Per arrivarci bisogna proseguire per il sentiero già intrapreso da malga Mandriele per arrivare a Camporosà e spostarsi poi a destra arrivando nel bosco di Longalaita. Il sentiero poi si collega con la strada statale, verso la fine della Valdassa, poco prima dell'Osteria del Termine.
Etimologicamente Longalaita deriva dal cimbro e vuol dire langa "lunga" e laita "erta o pendio": quindi "lungo pendio".
La leggenda che riguarda Longalaita è molto intricata, ma il riassunto è complessivamente questo:
Lungo il sentiero sopra citato, in un incrocio dove una stradina porta al Ghertele, si diceva che ci fosse una quercia stregata; solo un corvetto aveva il coraggio di frequentarla.
Un giovane pastore di Roana una mattina si fermò a suonare il suo liuto sotto l'albero e il corvetto attratto da quella musica la ripeté con il suo canto. Alla fine dell'esibizione l'uccellino fece tre inchini e sparì.
La sera, dopo aver consegnato delle pecore, il ragazzo decise di fermarsi a dormire sotto la medesima quercia, speranzoso di risentire il melodioso cinguettio del nero volatile. Prima di addormentarsi, vide scendere dall'albero una bella principessa che eseguiti i tre inchini, come aveva fatto il corvetto la mattina, lo invitò a salire su un cocchio reale e lo portò in un castello per far sentire la sua musica a tutto il suo reame.

Il giorno dopo, dei mandriani passati per longalaita, scoprirono che la quercia era scomparsa e al suo posto era apparso un tappeto di fiori montani. Quegli uomini pensarono che fosse la tomba del pastore ucciso dalle streghe del monte Verena o di campo Longalaita.
Molto tempo dopo, un cantastorie passato per il Ghertele raccontò di un musico dell'Altopiano che incantava con il suo liuto tutta la Baviera e pareva che la regina rimanesse giovane e bella grazie a quella musica.
I mandriani decisero così di andare a scavare dove un tempo esisteva la quercia e sotto terra trovarono un corvetto ben conservato, protetto da un cristallo e una targhetta con scritte queste parole cimbre:
De söos ramle vo' Longalaita, ist galebet tauzing jarda. Il bel corvetto di Longalaita è vissuto mille anni. (F. Zanocco)
Anche se la quercia stregata non c'è più, il viaggiatore che percorrerà quella costa di Altopiano, resterà comunque incantato dalla bellezza dei luoghi incontrati.

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Paola Martello



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