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Monte Verena e Quarti del Verena

  • 20 Febbraio 2021
  • Luoghi e leggende
  • Di Paola Martello

Farìn - Ferìno Varine - Varine

Il Verena è il monte più alto del Comune di Roana. Un tempo era anche chiamato Farìn o Ferìno Varine, nomi ormai quasi dimenticati. L'etimo di Verena condurrebbe a Varolo che accostato al termine longobardo wara indicherebbe un "terreno sorvegliato" o al gotico warjan che significa "difendere". Il nome Verena, secondo altre fonti può essere messo in relazione con un'antica area di pascolo.
I Quarti del Verena indica il luogo dove sorgono due malghe ed è ubicato a Sud - Est, guardando la sommità del monte. L'etimologia del toponimo potrebbe derivare da una divisione in quattro parti del territorio in questione, operata a cavallo del '600 e '700.
Arrivando da Mezzaselva, una bella escursione che permette di conoscere meglio il monte Verena e malga Quarti, inizia alla destra della strada che porta agli impianti di risalita, proprio davanti alla Malga di Campovecchio. Il percorso è su strada sterrata piuttosto agevole e conduce fino alla cima del monte dove si trovano i ruderi del forte bombardato durante la Grande Guerra. Prima di arrivare sulla vetta, si passa davanti alle "Casermette", un manufatto bellico che si trova sulla sinistra. Invece sulla destra tra le piante, sono visibili le due malghe dei Quarti, adagiate nel mezzo di prati verdeggianti.
In questo spazio è già stato fatto qualche accenno alla leggenda più famosa del Verena, ma ci sono altre storie riguardanti questo territorio che meritano almeno di essere segnalate.
Secondo i testi consultati, sembra che anche questo monte, come l'Erio e l'Altaburg, fosse frequentato da streghe. Talvolta però questi personaggi brutti e negativi assurgevano al ruolo di fate che stendevano su lunghi fili le loro vesti di lino e seta. Tali abiti, qualche volta, erano regalati agli uomini che, lusingati accoglievano ingenuamente i doni. Invece le fate, attraverso gli stessi indumenti, soggiogavano i malcapitati e li rendevano schiavi ai loro voleri.

Alcuni echi di antiche storie mettono in guardia gli uomini che si avventurano di notte ad osservare gli scogli terminali del monte Verena. Quegli arditi non devono lasciarsi incantare dalle streghe, poiché le incantatrici fanno brillare al buio dei cristalli colorati, mentre nell'aria vibrano musiche celestiali che inducono ad esporsi nel vuoto e ad incontrare pericoli mortali.
Si narra inoltre che, nella parte bassa dei Quarti del Verena, all'alba, si scorge della fine biancheria stesa sui dei cavi dalle piccole fate chiamate Selegen Baiblen o Beate Donnette. Succede però che le fate si dimentichino gli abiti fino al tramonto; in quel caso l'orso li ruberà strappandoli dalle funi d'acciaio. Solo quell'animale è immune dalle voci suadenti delle Selegen Baiblen e non si lascia incantare.
Talvolta però, le fate sono simili alle streghe e hanno paura che l'orso arrivi accompagnato con il terribile Gègar, prepotente divoratore di animali e di "ombre (così vengono descritte le Selegen Baiblen). Il Gègar assomiglia per certi versi all'Uomo Selvaggio, ma solo per l'aspetto fisico.
Molte sono le leggende, peraltro truci, del cacciatore di Selegen Baiblen chiamato anche Jigerjäger. Queste narrazioni parlano di "Caccia pia" dove le povere fate finiscono squartate. Se qualcuno ha la buona idea di chiamare nella notte lo Jigerjäger e di chiedere parte del suo pasto può trovare un pezzo di fata appesa alla porta della sua casa. Per rimediare alla stupida richiesta, basta dire allo Jigerjäger di riprendersi il suo cibo.
In un'antica storia indicano il Gègar come il geloso amante di Ostèra, la divinità nordica, regina del bosco e dell'Altaburg, ricordata per un'altura sopra il paese di Rotzo. Sempre nella stessa storia l'Uomo Selvaggio è indicato come genero della scheletrica e sdentata Klaga che, assieme a Druta e Mara, formano le tre strione abitanti al Martal ed è conosciuta anche come la Strega del Lamento per la sua tendenza a gemere continuamente.
Di altro tono è una leggenda abbastanza conosciuta del monte Verena e racconta di una ragazza di Roana che aveva una salute cagionevole fin dalla nascita. La sua pelle era pallida e rugosa e sembrava sempre ammalata. Anche le sue gambe erano cresciute malferme e conferivano ai suoi passi un andamento claudicante. La giovane, orfana di madre, viveva con il padre che faceva di tutto per renderla felice, ma lei era sempre triste e sconsolata. In un giorno di pioggia, bussarono alla sua porta due Selegen Baiblen, le piccole fate della Valdassa. Le donnine chiesero di potersi riparare nella casa e di avere qualcosa da mangiare e da bere; con quel tempaccio non potevano tornare alla loro grotta.
La ragazza le fece entrare e le rifocillò. Volendo ricambiare il favore, le fate chiesero come potevano sdebitarsi. Fu allora che la giovane manifestò con il pianto la sua sofferenza per essere brutta, zoppa e per giunta malsana. Impietosite le Selegen Baiblen le rivelarono come cambiare il suo aspetto e la sua salute. Il consiglio consisteva nel farsi costruire dal padre una capanna sul monte Verena e lei, per un'estate, doveva abitare lì. Giornalmente poi doveva recarsi sulla cima della montagna e cantare una canzone con delle parole magiche. Finita la bella stagione, la ragazza zoppa doveva tornare a casa e non tornare più al Verena, per non abusare del dono che le avevano fatto le fate.
Fu così che, prima dell'estate, il padre costruì una baita sul monte e la figlia andò a vivere lì, seguendo le istruzioni delle Selegen Baiblen. Giorno dopo giorno la giovane divenne sempre più bella e le sue guance presero un bel colore rosa. Anche le sue gambe migliorarono e non zoppicarono più.
Una volta tornata a Roana, i paesani rimasero strabiliati dal cambiamento, ma la giovane però, voleva essere ancora più bella per conquistare un uomo innamorato di un'altra ragazza. Dimentica dell'ammonimento delle fate, di non abusare dell'incantesimo, la giovane ritornò sul Verena.
Qualcuno udì risuonare un canto in cima al monte, ma non era più di speranza, bensì di triste presagio.
Il padre dopo averla attesa invano, perlustrò il territorio del Verena in lungo e in largo, ma della figlia non trovò traccia.
Si racconta che fino all'inizio del '900, si sentisse, sulla montagna, ancora l'eco del canto della fanciulla consumata dall'ambizione.
Come tanti luoghi del nostro Altopiano, anche il monte Verena ha subito una prima trasformazione dovuta alla grande Guerra che ha lasciato segni indelebili sul luogo e una seconda, dalla costruzione degli impianti di risalita e dalle novità dei tempi moderni, ma basta addentrarsi nei boschi non toccati dall'uomo che si ritrovano le atmosfere delle antiche storie narranti di fate, streghe e Uomini Selvaggi.

RIPRODUZIONE RISERVATA
Autore

Paola Martello



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